• Riprendiamo lo scorso articolo. Tutti parlano della decadenza della società. Dei governi, delle élite, del sistema, della manipolazione, dei grandi interessi economici. E sicuramente c’è del vero. Ma il problema è che continuiamo a guardare sempre e solo in alto, senza renderci conto che la disgregazione parte anche dal basso. Dai comportamenti quotidiani. Dalle piccole cose. Da milioni di micro-atteggiamenti ripetuti ogni giorno fino a diventare normalità.

    La società non è qualcosa di separato da noi. È il riflesso medio delle persone che la compongono.

    Basta guardarsi attorno.

    La gente non mette più nemmeno le frecce quando guida. E non è il codice stradale il punto. È quella mentalità automatica del “io so dove sto andando, gli altri si arrangino”. Piccolo gesto, enorme fotografia mentale.

    Le persone entrano in metro o sul treno senza aspettare che gli altri escano. Camminano occupando il marciapiede in quattro affiancati senza spostarsi di un centimetro. Parcheggiano occupando due posti. Attraversano la strada senza nemmeno guardare, come se tutto il mondo dovesse adattarsi automaticamente alla loro presenza.

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  • Quando abbiamo deciso di incarnarci in questo periodo storico, in questa vita, sapevamo di dover affrontare delle montagne russe. La nostra anima ne è sempre stata consapevole e ha accettato tempi estremi: non è stato un incidente, ma una scelta — anche se la nostra personalità non è sempre d’accordo.

    Se pensavate di aver visto tutto con la follia del Covid e con ciò che ne è seguito, con guerre raccontate in modo binario — buoni e cattivi, schieramenti opposti, letture sempre più semplificate — se pensavate di aver visto il massimo con l’aumento del costo della benzina, dei costi energetici, con stipendi fermi e un tessuto sociale in costante disgregazione, con intelligenze artificiali che ormai occupano ogni immagine, ogni testo, ogni modalità di pensiero, robot umanoidi pronti a consegnare l’ennesimo pacco Amazon ma anche a combattere come il più spregiudicato dei soldati, con un monitoraggio continuo attraverso sistemi di identificazione biometrica e non so, l’idea di potersi affidare, senza attrito, a “Papà Stato” o a “Mamma Sanità”, come se garantissero protezione e interesse collettivo in modo lineare… Allora c’è qualcosa di grosso da rivedere

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  • C’è qualcosa di curioso nel modo in cui abbiamo organizzato la nostra esistenza: siamo il risultato di un processo evolutivo coscienziale che ha impiegato miliardi di anni per trasformare polvere cosmica (?!) in consapevolezza… e usiamo questa coscienza, con notevole disciplina, per competere su dettagli trascurabili della nostra vita.

    Le nostre energie seguono una traiettoria piuttosto prevedibile: emergere, distinguersi, trovare una posizione per evitare di dissolversi nel rumore di fondo. Si parla molto, si osserva poco; si giudica in fretta, si comprende raramente. Senza particolare cattiveria, ma con grande costanza.

    Le giornate scorrono con una logica altrettanto lineare. Gesti ripetuti fino a diventare automatici, obiettivi che si rigenerano appena raggiunti. Il senso di tutto ciò però rimane ben nascosto alla nostra coscienza: basta che ciò che facciamo sia richiesto, misurabile, retribuito.

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  • Come mai quindi questi “parassiti” hanno il sopravvento sulle persone?

    Banalmente molto spesso manca una reale forza interiore: forza di volontà, capacità di presenza, capacità di identificarsi con ciò che Franco Battiato definiva il “centro di gravità permanente”. In assenza di questo centro stabile, diventiamo facilmente permeabili a dinamiche che si innescano automaticamente e che prendono il sopravvento su una psiche non pronta all’attacco.

    In altri casi, ciò che affrontiamo non è semplicemente debolezza, ma la presenza di “parassiti” particolarmente forti: configurazioni energetiche e psichiche che, per ragioni profonde, hanno accumulato intensità nel tempo e risultano quindi più difficili da contrastare.

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  • Cosa si intende per “parassiti”?
    Siamo abituati a pensare ai parassiti come a qualcosa di esterno, biologico, facilmente identificabile. Li immaginiamo come piccoli, sporchi e viscidi esserini che si nutrono a tradimento di specie più grandi, spesso ignare. In questo caso, invece, il termine viene utilizzato in un senso più ampio.

    Noi pensiamo di avere potere sui nostri pensieri e sulle nostre emozioni. Pensiamo che siano qualcosa che nasce da noi, in risposta a stimoli esterni o interni. E, in parte, questo è anche vero. Ma cosa avviene realmente quando sperimentiamo un’emozione o generiamo un pensiero?

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  • Si dice spesso che la bellezza sta negli occhi di chi guarda. È una frase consumata, ma se la si prende sul serio diventa molto concreta.

    Due persone osservano la stessa scena, lo stesso quadro, la stessa situazione. Una ci trova qualcosa di bello, l’altra no. L’oggetto è lo stesso, ma l’esperienza cambia. Questo significa che la bellezza non è nell’oggetto in sé: nasce nell’incontro tra ciò che vediamo e ciò che siamo. Ognuno attribuisce un significato diverso perché guarda attraverso il proprio mondo interiore.

    Da qui il punto centrale: chi è più incline a vedere il bello, di solito, ha già dentro di sé quella qualità. Non la inventa, la riconosce. E nel riconoscerla, in qualche modo la proietta anche fuori. Al contrario, chi è immerso in rabbia, tristezza, risentimento, tenderà a cogliere soprattutto il brutto. Non per cattiva volontà, ma perché guarda attraverso una lente che uniforma tutto a quel tono. Se dentro c’è grigio, fuori si vedrà grigio.

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  • Quando si parla di intelligenza, spesso ci si riferisce quasi esclusivamente alla capacità analitica e logico-matematica: la rapidità nell’elaborare informazioni, nel riconoscere schemi e nel risolvere problemi. È su queste abilità che si basano, in larga parte, le misurazioni del quoziente intellettivo.

    Eppure questa è solo una parte del quadro. Esistono diverse forme di intelligenza: musicale, visuo-spaziale, relazionale e molte altre. Nella vita reale sono continuamente all’opera, ma raramente ricevono la stessa considerazione. Già qui emerge un primo limite: ridurre l’intelligenza a una sola delle sue manifestazioni.

    C’è poi un altro aspetto, più sottile. Nella cultura comune l’intelligenza viene spesso trattata come un valore intrinseco: chi elabora meglio le informazioni sembra valere di più. Non è raro vedere persone fare della propria intelligenza quasi un titolo di merito, un piccolo vessillo identitario.

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Paolo Praticò

Sono nato a Reggio Calabria nel 1985, con una testa che fin da subito ha deciso di complicarmi la vita con domande del tipo: “Che cos’è la coscienza?”, “Cosa c’è dopo la morte?”, “L’infinito è davvero infinito?”. Mentre gli altri bambini giocavano a pallone, io contemplavo il senso dell’eternità. Una scelta discutibile, ma coerente.

La mia adolescenza è proseguita su un binario tutto mio: intensa, fuori dagli schemi, a volte problematica… diciamo pure che l’universo stava cercando di farmi capire qualcosa, e io ero impegnato a fare l’opposto. Nonostante questo, mi sono diplomato in Elettronica e Telecomunicazioni con il massimo dei voti—perché anche i ribelli a volte studiano.

Il bisogno di risposte alle mie domande esistenziali è cresciuto insieme a me e mi ha portato a iscrivermi a Psicologia, dove ho ottenuto una laurea magistrale con lode e la successiva iscrizione all’Albo. Ma la psicologia “classica” mi è presto stata stretta: volevo vedere cosa c’è oltre, esplorare territori di confine, cercare ovunque—ma proprio ovunque—nuove prospettive su mente, coscienza ed esperienza umana.

Nel frattempo ho collaborato con riviste e radio, divulgando in modo semplice ciò che solitamente viene spiegato complicato (e viceversa, a seconda dell’umore).

Autore del saggio La Prigione Invisibile, un viaggio ironico e lucido dentro i meccanismi mentali che condizionano la nostra vita molto più di quanto ci piaccia ammettere.

Professionale quando serve, autoironico per necessità di sopravvivenza, continuo a farmi domande e a mettere in discussione tutto—me compreso. Il resto è lavoro in corso.